blog paralleli

sabato 27 dicembre 2014

Coltivare il melograno 2: radicazione dei polloni e delle talee

Secondo appuntamento con i melograni. In pratica tutte le talee e tutti i polloni hanno radicato. A saperlo prima non avrei comprato le tre piantine in fiera...









Fine marzo: travaso dei melograni seminati
I vasetti dello yogurt diventano troppo affollati per i miei gusti. Così estraggo le singole piantine dal terreno bagnato e con la massima attenzione, poi le trapianto in vasi più grandi. Una per vaso.









Aprile: le talee e i polloni con le foglie
Le piantine di melograno travasate non sembrano risentire di particolari traumi.
Tutto bene anche per le talee in bottiglia e i polloni nel vaso, visto che dalle gemme escono foglie a volontà.


Maggio: buone notizie dalla serra
Porto tutte le piantine e i cloni in serra. Sia i melograni seminati che le talee e i polloni crescono in altezza, con getti verdi. Ottimo segno, soprattutto per le seconde e i secondi, perché significa che hanno emesso radici. La bottiglia trasparente consente la conferma visiva dell'ipotesi.







Giugno: intanto i melograni comprati in fiera...
... fanno già i fiori! Uno solo in realtà, e ne fa solo un paio. I fiori di melograno sono rossi, molto particolari. Fiori che poi cadono a terra senza generare frutti.
La crescita di queste piante, tuttavia, è abbastanza lenta.

Nel frattempo scelgo anche i nove cloni candidati a far compagnia alle tre piante già messe a dimora. Li travaso in contenitori più spaziosi in attesa del trapianto vero e proprio, visto che il melograno pare non battere ciglio con questi spostamenti.

Agosto: arriva l'ora della messa a dimora
Agosto è ideale per trapiantare perché è un mese ancora abbastanza caldo ma anche umido e piovoso. [Non che l'intera estate sia stata diversa... vorrei ricordare che i melograni sono piante mediterranee che vogliono una stagione calda e asciutta per svilupparsi a dovere.]
Le piantine seminate sono cresciute a dismisura, ma dovranno pazientare fino alla prossima primavera per la messa a dimora.
Intanto è arrivata l'ora dei cloni candidati:
Scavo nove buche con una vanga da drenaggio, che si rivela un'ottima scelta: affonda nella terra dura con il minimo sforzo, recidendo le radici sul suo percorso. Peccato che piove così tanto che la terra smossa si ricompatta praticamente subito.
Alla base dei melograni un po' di pacciamatura e qualche bastone di protezione/segnalazione.


Settembre: brutta notizia
Una bestia affamata di passaggio, forse una capriola che vedo ogni tanto nel prato, si è divorata sei piante di melograno. Le foglie no, solo i rametti verdi. Corro al riparo mimetizzando le rimanenti con qualche frasca ancora verde.
Se le radici hanno attecchito non ci dovrebbero essere problemi, a quel punto il melograno diventa molto ostinato. Difatti nelle settimane successive rispuntano nuove foglie. La prossima primavera serviranno delle protezioni robuste...

Ottobre: cadono le foglie
Tirando le somme, ora ci sono dodici piccoli melograni messi a dimora. L'altezza delle tre piante comprate mi sembra raddoppiata, quindi niente male in fondo. L'anno prossimo potrebbero fruttificare.
Sicuramente metterò a dimora le piante, seminate, così da arricchire le varietà presenti. In più magari anche qualche pollone prelevato direttamente dalle tre piante di partenza. Quindi un terzo filare da sei.
Cosa ci fai con tutti quei melograni?
Con questo clima non posso aspettarmi grandi risultati da solo due o tre piante. Bisogna averne di più, così da moltiplicare i frutti per le piante a disposizione.
I due melograni già cresciuti che ho preso di riferimento, per dire, hanno fruttificato pochissimo rispetto all'anno scorso. Una melagrana quello sulla pontara e poche di più quello al parco. Ecco, se al posto di due fossero venti, qualcosa ce l'avresti ugualmente.

parte 1 - COLTIVARE IL MELOGRANO - parte 3

lunedì 22 dicembre 2014

Coltivare l'avogado 2: trapianto nel secchio e inverno nella serra

Le mie due piante di avogado, seminate in due bottiglie, crescono rapidamente. E' arrivata l'ora di trapiantarle in un vaso molto capiente.

Fine giugno, trapianto in un grande secchio/cesto di plastica. Così capiente che lo faccio bastare per entrambe:
Le radici avevano saturato ogni centimetro cubo delle bottiglie, rendendo estremamente facile il trapianto (senza quindi arrecare danni di sorta). Tra le due piante di avogado ho posto una barriera di plastica per tenerle separate in previsione di un secondo trapianto (ma spero di no...). Il grande secchio/cesto di plastica ha il fondo bucato (rendendolo simile a un vaso) e due maniglie abbastanza pratiche, ma anche l'inconveniente di essere costituito da una plastica troppo flessibile. Amen.

 Luglio: abbondanti precipitazioni e crescita sostenuta
Le due piante di avogado crescendo sembrano fare a gara, quasi, mantenendosi pressapoco alte uguali. Accanto dei sottili tutori che le sorreggono, ma devo trovarne di più solidi. Alla loro base ho trapiantato alcune carote e pastinache, per sfruttare la terra fonda.

A ottobre la crescita rallenta, fino a fermarsi:
Mentre una pianta di avogado sviluppa bene un singolo fusto, con foglie molto grandi, l'altra preferisce ramificare e mantenere le foglie piccole. Nel futuro, in ogni caso, andranno potate per favorire la fruttificazione.
[Alla base le carote sono rimaste corte, nonostante la profondità del secchio. Meglio quindi coltivarle nella terra piena, morbida soprattutto.]

Fine novembre: comincia il soggiorno in serra. L'avogado, che è un sempreverde, può sopportare brevi periodi di freddo (fino a 0 gradi) se ha il fusto ben lignificato. Ma queste piante sono dentro a un simil vaso e temo patirebbero troppo. Mi adopero quindi a trascinarle dentro la serra (per fortuna la terra si è indurita e la plastica non si flette e non comprime il contenuto).
Ingombranti e con un peso non indifferente, in ogni caso.
Spero che la serra sia un rimedio valido, tanto da far sopravvivere le piante di avogado fino alla primavera. Ripetendo il processo fino a farle fruttificare (e più in là ancora).
Il problema saranno le dimensioni. Credo che l'unica soluzione sia di potarle basse tutti gli anni, ma su questo devo ancora informarmi bene.

continua.... 

coltivare l'avogado 1: semina nella terra

coltivare l'avogado 3

domenica 14 dicembre 2014

Coltivare il corbezzolo 1: semi e talea

Il corbezzolo cresce anche in Trentino. Fino al mese scorso ho raccolto i frutti del corbezzolo, arbusto tipico della flora mediterranea e conosciuto soprattutto in Sardegna.
L'arbusto non cresce spontaneo in Trentino, però proverò comunque a coltivarlo. Non dovrebbe avere problemi, a vedere questo esemplare a Cadine. Ovviamente piantato in un luogo ben riparato dalle gelate invernali e ben esposto al sole.


Fiori e frutti del corbezzolo, cosa ci fanno insieme? La peculiarità di questa pianta (anche ornamentale) è proprio la convivenza tra fiori e frutti. Questo perché i fiori impiegano un anno per diventare frutto.
Frutto che assomiglia proprio alla palla-riccio da gioco per i cani, ma una volta maturo (tinto di rosso e un po' molle) ha un buon sapore, simile a quello della pera.
La maturazione dei frutti comincia a ottobre e si protrae fino a novembre.


Estrarre i semi del corbezzolo. Ho sbucciato i frutti maturi, sotto ci sono quelli che sembrano spicchi di mandarino minuscoli. Sulla membrana esterna ci sono i semi.
Seminare il corbezzolo, tuttavia, è un azzardo: da ogni seme nasce una nuova varietà, non è detto che i frutti saranno altrettanto buoni.

Ben più sicura e veloce la talea perché si conservano le caratteristiche della pianta, al contrario della semina.
La fine di ottobre non è il periodo indicato per le talee, però il forte vento aveva strappato un ramo e ho provato a sfruttare l'occasione.
Ho tranciato il ramo in diversi segmenti, sfogliati della maggior parte delle foglie, perché attraverso le foglie evaporano i liquidi interni. Le talee andranno conservate nella terra umida, nebulizzando un po' d'acqua sulle foglie.

Intanto i frutti acerbi li ho lasciati maturare insieme alle nespole.
L'infuso fatto con le foglie, da quanto leggo, viene prescritto a chi ha problemi alle vie urinarie.
Perché le talee non vanno fatte in autunno... I rami delle piante in ottobre hanno perso tanta della loro vitalità, rallentando il proprio metabolismo per sopportare meglio il freddo dell'inverno.
Anche se la talea darà segni di radicazione, va fatta comunque svernare con tutti i rischi del caso, per non alterare il suo orologio biologico.
Le mie talee le ho tenute al caldo, sperando di risvegliare in qualche modo la pianta, ma si è solo lentamente rinsecchita. Non nutro grandi speranze, al massimo in primavera prelevo un rametto superfluo e ritenterò, visto che quello è il periodo indicato.


lunedì 8 dicembre 2014

Custodia cellullare fai da te

Con quello che costa uno smartphone e con la facilità che questo si graffia o, peggio, si bagna o si infrange lo schermo, bisogna correre ai ripari. Quindi bisogna rimediare anche la custodia corrispondente.

Un modesto sacchettino ha salvato il cellulare dimenticato una notte intera sotto l'acqua
Per il mio Nokia l'ho cercata dappertutto, la custodia, ma nessuna faceva al caso mio. Quella di silicone non è altro che un guscio che lascia senza protezione tutta la parte superiore; la pellicola di per sé serve solo in caso di schermo touch, così...

... ne costruisco una da me. Recupero la (finta) pelle da una vecchissima (e rotta) calcolatrice a energia solare. Guarda caso, le dimensioni corrispondono perfettamente alla scocca del mio cellulare.
Provvedo a ricucire le due metà, operazione certosina che mi lascia soddisfatto. La pelle si rivela piacevole al tatto e garantisce una presa comoda.

Il rettangolo di plastica trasparente proviene da una confezione di non-ricordo-più-che-cosa e pure questa, grossomodo, corrisponde alle dimensioni del cellulare.
Sfruttando la sua rigidità e uno squadretto, piego le due ali laterali in eccesso, perché la custodia contenga meglio l'apparecchio. 



Infine riprendo a cucire. Stavolta è necessario il ditale da sarta per forare la plastica e unirla in questo modo alla pelle nera.
Ecco che ho realizzato la custodia, aperta sia sopra che sotto, in modo da far scorrere dentro e fuori il cellulare abbastanza facilmente.

Con i rimasugli della pelle, applico anche una sorta di ferma-auricolare alla custodia. Aggiornamento: quest'ultimo accessorio non è durato a lungo, troppo fragile e sottoposto a continue torsioni.






Missione compiuta! Un lavoro un po' spartano, ma funzionale. Migliorabile di sicuro: non si può digitare sulla tastiera e la plastica tende a perdere la sua trasparenza con estrema velocità...


mercoledì 26 novembre 2014

Frutti di bosco 2: mirtillo nero, nespole, lampone selvatico e sambuco

Secondo appuntamento con i frutti selvatici raccolti nel bosco e insieme anche qualche fiore commestibile: mirtillo nero, lampone selvatico, nespola, fiori e bacche di sambuco e fiori d'acacia (o di robinia).

L'autentico mirtillo nero europeo
Agosto: inoltrandomi nel bosco, sopra i 1000 metri di quota, mi trovo davanti distese di quella che sembra erba dalle foglioline verdi. In realtà guardo meglio e noto piccoli e inconfondibili frutti blu: i mirtilli neri europei.

Raccoglierli è un'impresa non da poco, sparsi qua e là come sono, e non tutti sono maturi per giunta. Mi fermo dopo aver riempito una piccola vaschetta, con le dita ormai tinte di succo. Insieme qualche fragolina di bosco e qualche mora. Li mangio la sera stessa (non si conservano).

attenzione a non confondere il mirtillo nero con il mirtillo gigante che trovate al supermercato...

Lampone selvatico. Alla stessa quota dei mirtilli trovo anche il lampone selvatico. Le piante più spinose di quelle coltivate, il frutto con dimensioni più modeste e i semi contenuti più grossi, che si fanno sentire tra i denti.



Nespole selvatiche. Le nespole non sono propriamente frutti di bosco, meglio definire il nespolo come albero rustico che cresce spontaneo. Ne ho trovati un paio lungo i bordi dei prati.
Il nespolo comune non va confuso con il nespolo del Giappone.
Le nespole non le consumo appena raccolte (autunno inoltrato), tirano la bocca, ma procedo con l'ammezzimento. In pratica le lascio maturare per una seconda volta, al caldo, finché non assumono un colorito marrone e la polpa non diventa molle. L'ideale sarebbe tenerle ben distanziate e su un letto di paglia (nella foto a sinistra c'è anche qualche frutto del sorbo, lasciato ad ammezzire insieme).
Di lato una foto della nespola aperta, pronta da mangiare. Sembra di guardare una mela fin troppo matura e ci sono quattro grossi semi. Questi sono i motivi per cui pochi oggi mangiano le nespole. Tuttavia il sapore è delizioso, simile alla mela o al melo cotogno zuccherato. Vista la polpa molle direi proprio confettura di cotogno.


Le ciliegie selvatiche si possono mangiare? Solo quelle più scure, quasi nere, ancora sui rami. Il ciliegio selvatico è un albero molto comune, in primavera lo si nota per i numerosi e piccoli fiori bianchi e in estate per le minuscole ciliegie.
Ne ho assaggiate diverse e purtroppo hanno un sapore amarognolo, non gradevole. Tutto buccia e nocciolo. Devo dire, però, che questo amaro è proprio l'amaro che si percepisce leggermente nelle ciliegie di qualità.
Ciliegie solo da assaggiare, ripeto, occhio che a non esagerare che amaro in questo caso significa velenoso.

Fiori d'acacia. Nel mese di maggio sbocciano i
fiori d'acacia. Il nome corretto è robinia e, trattandosi di un albero stradale, lo si trova facilmente accanto alle strade.
Ho raccolto i fiori solo dagli alberi che crescono lungo i bordi dei campi. A me piace mangiarli freschi, li considero dei popcorn quasi. Il sapore ricorda quello dei piselli crudi, visto che la robinia è una leguminosa.

Il meglio di sé, tuttavia, i grappoli di fiori lo danno una volta cotti, qui la ricetta per le frittelle.

Fiori e bacche di sambuco
In maggio sbocciano i fiori di sambuco, rinomati per l'omonimo sciroppo.
Più in là, in agosto, maturano le bacche, da cuocere per la confettura.
Attenzione che, eccetto i fiori e la polpa dei frutti, tutto il resto della pianta del sambuco è velenoso.

frutti di bosco, prima parte: more, fragoline selvatiche, corniole, prugnole e bacche di biancospino

domenica 16 novembre 2014

Salvare la gallina ferita

Ho una gallina ferita nel pollaio, posso salvarla? Sì. Non succede quasi mai perché l'allevatore sistema la faccenda con un colpo di grazia molto sbrigativo, tipo una botta in testa. Considerando che l'animale è ancora sano e si può mangiare. Se si aspetta insorgono le infezioni e bisogna gettare la carcassa. Veterinario?! Perchè spendere 50 euro per una gallina che ne vale 10? Non vale la candela...
Sono d'accordo: i veterinari lucrano eccome sulla salute dei vostri cari animali domestici e sparano cifre folli. D'accordissimo.
Allora la gallina curiamocela da soli, no? 
Riporto il caso di una gallina rimasta ferita gravemente e ora guarita.

Vittima di sfortunate coincidenze. Fine luglio, manco tutto il giorno e torno solo la sera. Noto subito una gallina sanguinare, beccata dalle altre. La prendo e la isolo (guarirà in due settimane). Prendendomi cura di lei non mi accorgo di quest'altra, la mia preferita per giunta. Anche lei è stata presa a beccate dalle altre galline, fino ad aprirle uno squarcio nel ventre. Passerà malconcia tutta la notte appollaiata per terra e mi accorgerò di lei solo al mattino successivo.
Diagnosi. La gallina non cammina, ha una ferita estesa e sporca nel ventre in prossimità della zampa destra. Tessuto cutaneo completamente asportato e tessuti interni scoperti. La ferita puzza.

Medicare la ferita. Ho tagliato le piume in prossimità della ferita, perché lo sfregamento generato non fa altro che infiammare i tessuti e provocare infezioni. Ho poi pulito la ferita sotto l'acqua corrente.
In caso di ferita lieve non bisogna coprirla, così da far asciugare i tessuti e farli cicatrizzare prima. Ma in caso di ferita profonda come questa bisogna coprire per evitare ulteriori complicazioni. Occorre quindi stuccare la ferita (prendo il prestito il termine). La resina di pino è indicata per queste circostanze, ma bisogna praticare una profonda incisione nel pino e aspettare un sacco di tempo. Ci sarebbe anche il miele, cicatrizzante ideale per le bestie che poi tendono a leccarsi via il farmaco. In questa occasione mi è venuta in mente la classica scena del film, con la papetta di erbe posta sulla ferita. Faccio una ricerca e un'erba medicamentosa è la salvia. Io ho usato quella dell'orto, ma volendo la salvia la si trova anche selvatica, la riconoscete sia dalle foglie che dai fiori.
[Ovviamente potete andare in farmacia a comprare una pomata adatta o ago e filo per ricucire.]
Infine bisogna far sì che la medicazione resti al suo posto almeno per un giorno, poi si rifà da capo. L'ideale è usare la garza e fasciare bene. Io mi sono accontentato dei tovaglioli puliti. Il fatto che la gallina resti completamente immobile mi ha aiutato in questo senso.

Gallina ferita in isolamento. Va separata dalle altre galline e dobbiamo impedire che le mosche si possano avvicinare (attenzione a eventuali uova deposte tra il piumaggio!) Finirebbe divorata viva dalle larve, a questo punto meglio il colpo di grazia soprascritto. L'ho sigillata dietro a una retina dalla trama molto stretta.
Somministrare l'antibiotico. Un sintomo preoccupante della gallina ferita è che non è più vispa, esclusi i momenti iniziali (foto sopra), non mangia e trema. Facile capire perché: la ferita sporca ha provocato l'infezione e l'infezione la febbre. Dal secondo giorno di digiuno decido di darle un po' d'aglio, potente antibiotico naturale (snobbato dagli occidentali, contrasta anche il mal di denti, è un vermicida, ect ect ect). Il problema dell'aglio è che va assunto a stomaco pieno, quindi la imbecco per una settimana. Sembra difficile, in realtà basta afferrare i bargigli con due dita e tirare molto delicatamente, vedrete che la gallina apre il becco. Per farla bere ho applicato un beccuccio alla bottiglia.
Guarigione. In agosto la gallina mi fa il regalo di compleanno più atteso: supera il momento peggiore e comincia a nutrirsi per conto suo. Lasciata libera, riprende a camminare, sostenendosi con le ali.
La ferita intanto si è ricoperta con la crosta e lentamente si rimargina. Ho spostato la gallina in un sito adiacente al pollaio delle altre, in modo che possano vedersi, elemento molto importante per farla reintegrare nel pollaio.
Reintegrazione nel pollaio. Operazione non scontata. Faccio fare qualche giro alla gallina in mezzo alle altre, controllata a vista, ovviamente, perché la ferita non venga riaperta dalle beccate. Un paio di galline, inoltre, non la riconoscono e la attaccano. La foto a sinistra inganna: le sta solo pulendo il becco. La foto in alto a destra è molto promettente, la gallina ferita in via di guarigione finalmente spicca il salto per covare. A fine agosto ricomincia a fare uova. Ottimo segno.

Il reintegro non va a buon fine. A settembre la ferita si rimargina completamente, ma la gallina non si regge più in piedi, barcolla e perde tono muscolare. Quindi si appollaia per terra e inevitabilmente le altre galline la spiumano per bene.
La ricaduta corrisponde con la deposizione delle uova.
A novembre mi trovo costretto a mettere la gallina in un pollaio tutto per sé. Lei gradisce: è sempre stata una che pensa agli affari suoi, poco integrata con le altre. Ora apprezza i suoi spazi e anche il fatto di venir lasciata in pace dalle altre galline, affamate di piume.
Pare riprendersi. Se recupera bene riproverò a reintegrarla.

Nuove colleghe. Con l'inverno alle porte e con soli due pollai coperti a disposizione, ho dovuto mettere insieme la gallina con due grosse colleghe. Qualche beccata l'ha presa, ma almeno queste gallinone non mangiano le piume. 
La morale è che dagli animali da reddito si pretende e basta. Devono produrre, produrre e produrre. Se non producono più vanno macellati. Io credo che invece bisogna prendersene cura e poi loro loro ti ricompenseranno.
Prevenire, inoltre, è meglio che curare. Le galline si lasciano a loro stesse perché si sanno organizzare e se la cavano. In realtà è meglio rimanere presenti a controllare. Importante anche scegliere bene le galline al momento dell'acquisto. Queste già si beccavano appena comprate. Eccetto questa, era imperativo salvarla.

L'autore

L'autore (di cui potete ammirare l'autoritratto...) è residente a Baselga del Bondone, da alcuni paragonata al villaggio di Asterix, ha la passione della scrittura, del disegno, della fotografia e delle riprese video.